FashionTherapy: abiti, scarpe e aiutanti magici

A volte capita. Che accessori, make-up, abiti e scarpe si trasformino in aiutanti magici che ci aiutano a tirare fuori risorse che teniamo nascoste.

Ho parlato di questo tema qualche anno fa, nell’ambito di un’iniziativa di IBM che – in parallelo ad una mega ricerca – ha organizzato uno spazio in Via della Spiga dove ha intervistato esperti e non sul tema della moda (I dati sono fashion).

No, non è un via-libera allo shopping compulsivo nel Quadrilatero milanese, ma una riflessione seria sugli strumenti che possono aiutarci a far venire alla luce risorse e aspetti di noi che – per mille ragioni – restano nascosti. Ma ci sono.

Il punto è proprio questo: scoprire quello che è già dentro di noi e non travestirsi da qualcun altro. Già, perchè il rischio è quello di vestire i panni di ciò che non si è, di sentirsi a disagio, di percepire l’incoerenza profonda tra il guscio e la polpa.

Quante volte ci capita di farci influenzare dall’amica, dalla commessa, dal fidanzato e di comprare qualcosa che poi resta inutilizzato nell’armadio perchè con quel vestito “non ci sentiamo noi stesse”.

Si tratta invece di cambiare prospettiva, guardare noi stesse, sentire che cosa vorremmo esprimere forse meglio e scegliere l'”aiutante magico” che, a seconda delle circostanze, ci aiuterà a far emergere e a dare visibilità a quella parte di noi che è lì, appena sotto la superficie, e aspetta solo di essere una risorsa a nostra disposizione.

In fin dei conti, se Cenerentola non fosse stata dentro di sè una principessa e non una sguattera, la scarpetta di cristallo a poco sarebbe servita….

via sabrina bussolati: FashionTherapy: abiti, scarpe e aiutanti magici.

Triangolare | Giuseppina Carrera

Uso il termine triangolare prendendolo, un po’ arbitrariamente, in prestito dalla topografia, semplicemente perché trovo affascinante la geometria e il lavoro che facevano i topografi e gli astronomi prima che arrivassero i satelliti. E lo utilizzo per poter guardare in un modo inconsueto ad una sensazione molto comune, quella di sentirsi persi, che può voler anche dire confusi, dubbiosi, disorientati. In questi casi possiamo esprimere il nostro stato d’animo dicendo: “non so più dove sono”.

jaipur-osservatorio

Se mi sono persa, come posso ritrovare la strada? Sono convinta che un primo passo possa essere cercare almeno due punti di riferimento fuori da me, proprio come si fa in topografia, per costruire una mappa della porzione di spazio vitale con cui sono in contatto in quel momento. Se trovo due punti fuori da me, e uso me come terzo punto, posso creare un primo spazio in cui posizionarmi, un punto da cui guardare gli altri due: il triangolo è la figura geometrica piana più semplice, e disegna uno spazio preciso. E da lì posso partire per trovare altri spazi, altri punti di riferimento, mete, percorsi, sentieri e così via. Solo quando so dove sono, posso sapere dove andare.

Così quando sono in crisi o parlo con qualcuno in crisi chiedo spesso: quali sono i tuoi due punti di riferimento principali in questo momento? Se pensiamo che ci sia solo un punto, facilmente ci sentiamo persi, confusi e senza un posto preciso dove stare e magari riposare e ascoltarsi. Allora vale la pena di indagare: ci sono altri punti di riferimento? Qualcosa che magari diamo per scontato? Sempre presente cosicché non ci rendiamo conto che esiste? Come la Musica delle Sfere degli antichi, un suono continuo prodotto dall’Universo, che non è udibile, perché sempre presente?…

viaTriangolare | Ascoltarsi : Giuseppina Carrera.

Fare di ogni giorno il giorno del ringraziamento

Il Giorno del Ringraziamento cade a novembre.  E’ un giorno speciale, si cucinano prelibatezze – il tacchino, le patate, la zucca – si sta insieme.
E’ una festa che nasce dalla gratitudine.
Ma forse potremmo fare di ogni giorno un giorno del ringraziamento. Perchè praticare la gratidudine fa bene. Lo dimostrano studi scientifici e decine e decine di articoli e libri pubblicati.
Uno degli esperti della gratitudine è Robert Emmons, professore di psicologia presso l’Università della California (questo è il suo sito http://gratitudepower.net) .
Insieme ad altri, anche i suoi studi dimostrano che le persone che sono grate sono più felici.
Ma la felicità cos’è? Secondo gli studiosi è un sentimento che dona alle persone emozioni positive nei confronti della propria vita e del proprio ambiente. E’ come se la vita avesse più senso, se il cuore si aprisse verso il mondo.

Allora perchè non provare ad esercitare la gratitudine! Come? Ad esempio con un piccolo atto, come quello sperimentato dai ricercatore di “Soul Pancake” in questo bellissimo video su You Tube.

Autunno: la stagione giusta per…

Diciamocelo: settembre è ancora un po’ un mese sospeso.

Sospeso tra il rientro dalle vacanze ma l’estate che non è ancora finita. Tra i vestiti leggeri e i primi golf. Tra la fatica di riprendere il solito tran tran  e la voglia di costruirsi nuovi ritmi in vista dell’inverno.

Ma con ottobre non ci sono storie: è autunno. Allora mettiamo a frutto questi mesi che ci separano dall’inverno.

Per iniziare qualcosa o per eliminare qualcosa che non serve più. Affinando la nostra conspevolezza.

Qualche suggerimento?

1. iscriversi a un corso. Di cucina, di yoga, di tango, di lingue, non importa. Proviamo a vederlo non come un semplice passatempo ma come un’occasione per sperimentare qualcosa di importante per noi, ad esempio un talento che non abbiamo mai coltivato o  una risorsa che non sapevamo di avere, un desiderio di metterci alla prova  .

2. approfittare del cambio di stagione per fare pulizia nell’armadio. Non è semplicemente un buttare via vestiti che non usiamo ma è un modo per scoprire come cambia il nostro modo di vedere noi stesse e  abbandonare un’immagine che magari non ci corrisponde più.

3. scoprire sapori, colori e profumi dell’autunno. Uva, cachi, verze, zucche, pere: possiamo trasformarle in vero e proprio percorso sensoriale quotidiano, un modo per dedicarci qualche minuto di tempo a contatto con noi stessi, con quello che sentiamo.

 

Talenti invisibili

Il 23 aprile 2013, alla Fabbrica del Vapore di Milano, si è tenuta la serata conclusiva di Una-Talks, primo esperimento di speech tutti al femminile. È stata Sabina Ciuffini a ideare il progetto di dare una voce alle donne, quelle famose ma anche a tutte le “una qualunque” che hanno qualche cosa da dire.

Noi di CoCoLab abbiamo partecipato con grande entusiasmo e abbiamo deciso di parlare di talenti invisibili.

Questo il testo dello speech che abbiamo presentato.

Sul sito unaqualunque.it riprese e interviste alle protagoniste di Una-Talks. 

 

TALENTI INVISIBILI (Sabrina Bussolati)

Poco meno di un anno fa, a cavallo fra luglio e settembre, mi è capitato di avere del tempo libero a disposizione.

Io sono una counselor e una coach, così – invece di fare un corso di cucina o dedicarmi al bricolage – ho deciso di mettere le mie capacità professionali a disposizione degli altri.

Per due pomeriggi alla settimana mi sono seduta in due bar di Milano – bar ospitali, di quelli dove ti senti a tuo agio – e, davanti a un caffè, ho offerto sedute gratuite di coaching sul tema del lavoro, un tema che conosco piuttosto bene perché ho lavorato per 24 anni in aziende e organizzazioni varie, lo trattiamo in CoCoLab e indubbiamente – oggi come oggi – è un tema parecchio scottante.

L’iniziativa si chiamava JOB HELP, e, con il mio metaforico banchetto alla Lucy dei Peanuts, aspettavo le persone che avevano preso appuntamento per una seduta individuale da 45 minuti.

Bene, avevo immaginato che arrivassero da me persone per chiedere consigli su come scrivere un buon curriculum, su quali network essere presenti, su come approcciarsi correttamente a un mondo dove di lavoro sembra essercene davvero poco.

E invece no.

Della trentina di persone che ho incontrato in quei due mesi – in maggioranza donne – l’80% un lavoro ce l’aveva. Lavori belli anche.

È che lo volevano cambiare.

Arrivate “nel mezzo del cammin di nostra vita” – per dirla alla Dante – si sono trovate improvvisamente con la sgradevole sensazione di non trovare più un senso in quello che facevano, nel non trovare più gratificazioni.

Semplificando molto, lo schema delle conversazioni era più o meno così: “Che cosa vorresti fare?” “Non lo so”. “Che cosa ti piace fare?” “Non lo so”. “Che cosa sei capace di fare” “Niente di particolare, non ho un talento specifico”.

Da qui ho iniziato ad interessarmi molto a questa faccenda dei talenti.

Perché vedete, siamo abituate a considerare “talento” solo quelle doti eccezionali che solo pochi hanno – i grandi leader, pittori, musicisti, cuochi – ma la verità è che tutti noi abbiamo dei talenti, piccoli talenti quotidiani che sono nostri e solo nostri, che fanno sì che siamo davvero brave a fare delle cose.

Solo che non li vediamo. Sono invisibili al nostro sguardo, come se fossero sotto il mantello dell’invisibilità – quello di Harry Potter per intenderci.

Un mantello intessuto di abitudine.

Perché i talenti – i nostri talenti – siamo abituate a metterli in atto da così tanto tempo che non ce ne accorgiamo più, lo facciamo in maniera automatica. Perché li abbiamo da sempre, fanno così parte di noi che li consideriamo “normali”.

“Sì, è vero, riesco a organizzare tutto il lavoro che ho in ufficio e star dietro a tutte le scadenze. Ma è normale no?”.

“Sì, è vero, quando ho davanti un foglio di excel mi salta all’occhio subito se qualche numero non è congruente con gli altri. Ma è normale, no? Cosa c’è di particolare?”.

C’è che si chiamano talenti. E ci facilitano la vita.

Perché se io ho un talento naturale per i numeri, farò meno fatica a lavorare in amministrazione rispetto alla mia collega alla quale i numeri non “parlano”.

E se ho un talento per organizzare non vivrò tutti i giorni con la frustrazione di aver dimenticato scadenze e di essere perennemente in arretrato perché non so tenere il tempo.

ll problema è che se noi non vediamo più i nostri talenti, non li vedono più neanche gli altri, perché l’abitudine è contagiosa e anche chi ci sta vicino dà per scontato che io quella cosa la faccia bene.

Se in ufficio, da dieci anni organizzo conferenze stampa che vanno alla perfezione, nei posti giusti, con la scaletta giusta, con il materiale giusto, chi mi dirà “brava”? Probabilmente nessuno. E’ “normale” che io lavori così, con quegli standard. In primis sarà normale per me.

E questo è un problema quando io vorrò riscrivere la mia storia professionale per trovare lavoro: sarò in grado di definirmi con un’etichetta ma difficilmente riuscirò a valorizzare le mie capacità, le mie competenze e – soprattutto – a mettere in risalto i miei talenti, quelli che mi fanno fare le cose con naturalezza e con piacere.

Perché, senza ombra di dubbio, fare una cosa per la quale siamo naturalmente portate ci dà piacere.

Bel tema quello del piacere. Mi colpisce sempre come siamo portate a dare valore solo a quello che ci costa fatica. Se sudiamo, allora ok, quella cosa vale. Se la facciamo con leggerezza e piacere, senza sforzo perché ci viene bene in maniera naturale allora sembra non avere un valore. Diventa “normale”.

Ma, come dice John Gardner, “Eccellenza è fare cose ordinarie straordinariamente bene”.

Il mantello dell’invisibilità è fatto anche di altro. Di vergogna, quella sottile vergogna che ci fa ritirare in un angolino e dire :”Non sono brava abbastanza”.

Quella che ci fa guardare sempre a quello che ci manca per essere “come la mia collega”, “come la mia amica” e qualsiasi cosa facciamo non è mai abbastanza.

E questo mantello dell’invisibilità ce lo portiamo sulle spalle da tanto tempo.

È quello sotto il quale sono spariti i talenti che avevamo da bambine e che abbiamo scelto di non seguire, spesso di cancellare dalle nostre vite.

Perché il gruppo delle nostre amiche seguiva altre strade e noi volevamo tanto essere come loro, restare con loro. Perché i nostri genitori, le nostre tradizioni familiari ci spingevano altrove. Perché l’amore della nostra vita ci chiedeva altro da quello che ci sentivamo dentro.

E poi, a quarant’anni, la domanda: che cosa vorrei veramente fare?

Allora togliamolo questo benedetto mantello!

Non è facile, significa diventare consapevoli di ciò che facciamo, togliere il pilota automatico e guardare le nostre azioni – a casa, in ufficio – e chiederci: che talento sto mettendo in atto nel fare questo?

Vi assicuro, è una sorpresa quello che possiamo scoprire. L’ho provato sulla mia pelle e lo sperimento costantemente nel mio lavoro.

Perché i nostri talenti sono i nostri punti di forza.

Quello che vi propongo è un cambio di prospettiva: invece di pensare a quello che manca, a ragionare con la filosofia del “se” – se fossi più portata per le lingue, se riuscissi a farmi valere di più nelle riunioni, se scrivessi meglio – valorizziamo quello che è già nostro, impariamo a conoscere i nostri talenti; perché se li conosciamo possiamo usarli, nutrirli con competenze che possiamo acquisire e permetterci di farli emergere alla luce.

Di farci riconoscere per quello che siamo brave a fare.

Ed è tanto quello che sappiamo fare.

Se decidiamo di scalare una montagna da cosa partiamo? Scegliendo gli appigli certi, quelli che siamo sicuri di possedere, quegli appigli saldi dai quali possiamo partire, quelli su cui tenere poggiato un piede mentre tentiamo con l’altro anche qualcosa di più incerto e rischioso.

Ma un punto saldo ce l’abbiamo.

È il nostro talento.

Allora ripercorriamo la nostra storia professionale, rileggiamola in questa chiave. E poi guardiamo alla nostra vita quotidiana, e andiamo indietro nel tempo, a quello che ci veniva così bene e ci piaceva tanto.

È bello rileggere la nostra storia e scoprire come i nostri talenti abbiano viaggiato nel tempo insieme a noi, ci abbiano reso facili cose difficili, ci accompagnino inconsciamente nella nostra professione, come siano lì a dirci “sei brava a fare questo” se solo diamo loro voce.

La mia ricerca sui talenti prosegue.

Vorrei chiedervi, quando arrivate a casa, provate a richiamare alla memoria i vostri giochi di bambine e provate a vedere se dietro di essi c’era un talento che vi ha accompagnato a quello che siete oggi o che è rimasto lì inascoltato per tutto questo tempo.

E se ne avete voglia scrivetemi quello che avete scoperto, scrivetemi le vostre storie. Sarà un piacere leggerle.

Grazie

Sabrina Bussolati 

 

 

Note a margine

Il coach sono io e queste sono le mie note a margine su un’esperienza davvero straordinaria.

La premessa è che in CoCoLab ci piace condividere, ci piace mettere a disposizione quello che sappiamo e che siamo, perché in un mercato aperto si dà ma si prende molto. E si diventa più ricchi in due. Nasce così JOB HELP, l’offerta di sedute di coaching gratuite da 45 minuti l’una sul tema del lavoro.

A luglio e settembre, per due pomeriggi alla settimana, mi sono seduta in due deliziosi bar-ma-non-solo. Le ore pomeridiane sono abbastanza tranquille, fuori dal delirio delle pause pranzo e delle happy hours, ore nelle quali è possibile parlarsi faccia a faccia senza urlare.

Ho incontrato le persone singolarmente, 25 persone in tutto.

Io ho messo a disposizione quello che sono – una counselor professionista e una coach – e quello che so del mercato del lavoro, perché ho lavorato 23 anni con le aziende e ne conosco le dinamiche e i cambiamenti.

In 45 minuti non si possono fare miracoli. Mi aspettavo di elargire consigli pratici a persone in cerca di lavoro e di dare indicazioni su quello che magari non risulta così immediato e che rappresenta – spesso – il vero ostacolo. Sbagliavo.

Ho incontrato persone di tutti i tipi, alcune senza lavoro, certo, ma anche altre che il lavoro ce l’hanno, che hanno fondato imprese bellissime, che fanno mestieri splendidi, hanno posizioni di responsabilità e che comunque si trovano a chiedersi “perché lo faccio? ma mi piace veramente quello che faccio“?.

Alla ricerca di un lavoro o no, uno dei temi principali è stato proprio questo: “non so che cosa mi piace fare”.

Faccio questo lavoro da quando sono uscita dall’università, ho iniziato con uno stage, ma adesso ho 40 anni e non ce la faccio più. Vorrei cambiare, muoio di noia tutti i giorni ma non saprei cosa voglio fare veramente“.

Ho lavorato per dieci anni in questa azienda, ora sono disoccupato, mando cv, rispondo alle inserzioni che cercano figure professionali come la mia. Ma non è quello che voglio fare: il problema è che non riesco a capire cosa mi piace e in che cosa sono veramente bravo“.

Sono talmente abituata a lavorare in automatico che non so più cosa sono capace di fare, che cosa mi piace fare“.

Le storie bellissime e interessanti che ho sentito mi hanno regalato tante riflessioni in più sul tema del lavoro. Riflessioni profonde sui talenti, sull’utilizzo che ne viene fatto sul lavoro, sulle grandi risorse che ognuno di noi ha ma che magari confina solo in alcuni ambiti, sulla grande difficoltà a riconoscere le proprie capacità dietro alla quotidianità lavorativa. Ma talenti e capacità e creatività ci sono, in ognuno di noi. Basta solo farle emergere.

Replicheremo?

Sì. Con JOB HELP ma anche con Laboratori e DopoLavoro, dedicati ai talenti, alle risorse, al modo di valorizzare quello che siamo.

A presto!

Sabrina Bussolati per CoCoLab

Dicono di noi:
23 ottobre 2012, Nicoletta Spolini, Lavorincorsa.Glamour.it

 

Vacanze: Luoghi da non perdere

Tempo di vacanze. Il rischio: ritrovarsi a settembre con la valigia piena di roba sporca e la sottile sensazione di aver sprecato un’occasione. L’opportunità: godersi le vacanze tornando a casa più ricchi di prima.
La nostra “Prescription” è di seguire una mappa, una piccola mappa vitale per assicurarvi di aver viaggiato in tutti i luoghi utili a nutrire il vostro spirito.
Iniziamo a segnarvi cinque tappe, cinque luoghi metaforici che vi suggeriamo di visitare. Voi potete aggiungerne altri.
Ma non dimenticate di passare per:
– l’Altopiano dell’Allegria, perché ridere fa davvero bene, soprattutto se fatto quotidianamente!
– il Lago dell’Amore, dove riempire il vostro cuore, che siate soli o in coppia non importa, l’amore è ovunque anche per voi stessi.
– il Promontorio della Conoscenza, per assicurarvi di aver imparato qualcosa durante le vacanze, leggendo un libro, visitando un luogo, facendo un piccolo corso, dedicandovi a un hobby.
– la Baia del Silenzio, è qui che potrete stare con la persona che vi è più vicina: voi stessi. Niente telefonini, computer, musica, voci. Fate spazio e lasciate che emerga la vostra voce interiore, potrà portarvi sorprese.
– la Strada degli incontri. Qui ci passerete spesso, potete farlo con distrazione, senza neppure vedere chi vi passa davanti, potete farlo con curiosità e scoprire che a volte un incontro può essere un regalo inaspettato.
– la Pineta delle sensazioni, dove esercitare i vostri sensi, il tatto, l’olfatto, la vista, il gusto, l’udito… fuori dal caos dell’indifferenziato quotidiano ascoltateli uno ad uno, sarà un piacere che vi porterà a contatto con il vostro corpo, le vostre emozioni.